Il corridoio del ''Centro per i disturbi del comportamento alimentare'' dell'Ospedale di Potenza, chiuso definitivamente nel 2004

A Como e Potenza i processi sulle cliniche per l'anoressia entrano nel vivo

Potenza
23 Agosto 2010

La giustizia è lenta, ma va avanti. I prossimi giorni saranno decisivi per i pazienti che sono stati curati nelle cliniche per l’anoressia di Lugano, Como e Potenza, dato che avranno l’ultima possibilità di essere rappresentati da un loro avvocato o dall'associazione Tutor nei processi in corso, atto necessario per ottenere poi un risarcimento economico (costituzione di parte civile).
L’occasione si ripresenta a Potenza, perché il 24 settembre inizia un secondo procedimento penale a carico della psicologa Maria Giovanna Viggiano, le cui indagini furono realizzate dai Carabinieri di Potenza. Intanto, entra nel vivo il primo processo avviato nel 2005 dal Pm Woodcock con l’indagine della Guardia di Finanza: il 27 settembre 2010 saranno ascoltati i primi testimoni, fra cui alcuni medici e consulenti dell’ospedale San Carlo (udienza ore 9,30, Aula Occorsio del Tribunale di Potenza).

E mentre in Basilicata il processo si svolge sottotono, il Tribunale di Como fa pubblicare persino un annuncio sul quotidiano “La Repubblica”, rivolto alle 400 ex-pazienti per informarle che il 13 ottobre inizierà il processo a Waldo Bernasconi e altri sei imputati accusati di vari reati nella conduzione delle cliniche di Como e Lugano. Un problema neanche considerato, invece, dal Tribunale di Potenza, tanto è vero che, rispetto alle 64 costituzioni di parte civile a Como, sono poche le pazienti che partecipano al processo in corso nei confronti dei responsabili del Centro disturbi alimentari dell’Ospedale San Carlo, dove dal 1998 al 2004 sono passate almeno 300 ricoverate.

Assistenza legale gratuita
L’associazione Tutor, a cui si sono già rivolte diverse pazienti e famiglie interessate, mette a disposizione il servizio gratuito di assistenza legale (email  tutor@assotutor.it , oppure Fax 02 700 516 533).

Se il processo di Potenza si concludesse con la condanna dei responsabili, che erano dipendenti pubblici, chi pagherà i danni?
L’Ospedale San Carlo si è costituito parte civile, ritenendo quindi di essere parte offesa. Sarà anche vero che le responsabilità più evidenti potrebbero essere della dirigente del reparto, ma questa posizione dell’Azienda ospedaliera suscita perplessità, poiché il Centro di cui trattasi era organizzato dall’ospedale, nell’ospedale.
In passato ci siamo occupati di un caso analogo, trattato da Mi Manda Rai Tre nel 2006. Fu interessante il parere dell’avvocato Ugo Ruffolo, professore di Diritto all’Università di Bologna:
“In Italia – disse Ruffolo - quando qualcuno fa affidamento in un ente, in un gruppo, e solo per questo va da un maestro che altrimenti non conoscerebbe, se il maestro fa qualcosa di sbagliato l’organizzazione ne risponde, così come se un prete fa qualcosa di sbagliato ne risponde il convento”.
Ruffolo fece l’esempio della Chiesa, sottolineando che “quando il prete opera in una struttura, anche la struttura paga i danni”.
E aveva ragione, infatti nel 2010 la Corte Suprema americana ha considerato il Vaticano responsabile degli abusi compiuti da un prete. L’avvocato della vittima farà causa alla Santa Sede poiché la responsabilità civile delle azioni di un «dipendente» può ricadere sul suo datore di lavoro. Le vittime potrebbero organizzare addirittura una class action e chiedere un risarcimento milionario che metterebbe in ginocchio la Chiesa.

Le origini
Ricordiamo che la vicenda è iniziata in Basilicata: dopo le denunce del presidente dell'associazione Tutor, l’allora direttore generale dell’ospedale San Carlo, Gino Tosolini, istituì una Commissione interna d’inchiesta.
Il Centro per la cura dei disturbi alimentari fu chiuso definitivamente nel 2004, mentre già indagava la Guardia di Finanza. Nel 2005 la psicologa Maria Giovanna Viggiano fu arrestata con varie accuse, fra cui truffa aggravata, violenza privata e circonvenzione d’incapace, ed ora è in corso il primo processo.

Il metodo neoreichiano
Anche a Potenza si curava l’anoressia ispirandosi al metodo ideato da Bernasconi. Quando l’ospedale nel 2003 cercò di riorganizzare quel reparto, introducendo lo psichiatra Renato Maffione nello staff, ci fu una polemica pubblica, articoli di stampa, comunicati e interventi di un comitato di genitori per la difesa del metodo “svizzero” utilizzato fino a quel momento, tanto è vero che un consigliere della Regione Basilicata fece un’interrogazione all’Assessore alla sanità per conoscere i motivi per cui si stava modificando il protocollo terapeutico, preoccupato perché in tal modo non si sarebbe più attuato il metodo originale ideato da Bernasconi. Pertanto, si decise di continuare ad applicare il metodo controverso. L’azienda ospedaliera chiese perfino la consulenza e la presenza di Bernasconi a Potenza, talora rappresentato dal suo braccio destro, Piero Billari. Questo è accaduto in una struttura sanitaria pubblica.

 

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